Breve guida al green washing della logistica
La sostenibilità ambientale delle filiere logistiche è argomento di grande attualità. Si calcola che circa il 35% delle emissioni inquinanti emesse nell’atmosfera a livello globale siano derivanti dalle necessità di trasporto e distribuzione delle merci.
La globalizzazione dei mercati e la conseguente deflagrazione del fenomeno e-commerce hanno lasciato un’eredità scomoda da gestire, che consiste in una quota di emissioni sempre più imponente dovuta alla necessità di veicolare quantità sempre maggiori di merci verso ogni remoto angolo del pianeta.
La necessità di ripensare le Supply Chain in chiave green è una necessità sempre più avvertita e premiata dai consumatori (oggi più consapevoli dell’effetto ambientale prodotto dall’attività di approvvigionamento) e sempre più irrinunciabile economicamente visto sia l’inarrestabile aumento dei costi di approvvigionamento energetico, sia l’orizzonte di legislazioni sempre più stringenti riguardo alla sostenibilità ambientale delle grandi aziende (perlomeno in ambito occidentale).
Sempre più avvertita è quindi la necessità di ripensare ogni aspetto delle operazioni di distribuzione per limitare al massimo le “fasi inquinanti” nel percorso tra le località di produzione e le destinazioni finali, che, in una sintesi estrema, sono di fatto le dimore di ciascuno degli esseri umani presenti sul pianeta.
Vettori più green: un aspetto centrale
Certamente la quantità più rilevante di emissioni derivanti dalle attività di Supply Chain è causata dal trasporto delle merci stesse, che nella stragrande maggioranza dei casi vengono veicolate su strada. L’impiego di vettori a zero emissioni è quindi il primo passo per abbattere la quota di CO2 rilasciata nell’atmosfera dalle catene di approvvigionamento, sia a livello globale, sia a livello locale, dove il famigerato “ultimo miglio” (sempre più cruciale nel mercato attuale) rappresenta la fase più inquinante.
Diverse sono le declinazioni già fruibili di vettori green destinati al trasporto cose su strada: l’offerta spazia da veicoli totalmente elettrici, a veicoli alimentati da carburanti “alternativi” in grado di abbattere drasticamente la quota emissioni al km derivante dal loro utilizzo (GNL, Idrogeno etc…).
Una riflessione importante in quest’ambito riguarda però la sostenibilità ambientale delle catene di produzione e distribuzione di questi stessi carburanti, che ad un’analisi attenta rischiano di compromettere il beneficio derivante dal loro utilizzo. Anche per quanto riguarda le soluzioni totalmente elettriche esistono perplessità dovute all’alto costo ambientale derivante dalla produzione e (forse soprattutto) dallo smaltimento delle batterie destinate all’alimentazione dei veicoli stessi.
Oltre a ciò il trasporto su strada implica altre conseguenze inquinanti, quali le emissioni derivanti dal deterioramento di pneumatici e freni, e (specialmente in ambito urbano) l’aumento del traffico, che comporta l’incremento delle emissioni emesse da tutti i veicoli, anche quelli non direttamente impiegati in operazioni di Supply Chain.
Il trasporto intermodale: una scelta green
Le perplessità appena citate sono alla base della teoria che propende per un sistema di trasporto e distribuzione dalle spiccate connotazioni intermodali: sempre più diffusa è infatti l’opinione che il trasporto su strada sia (dopo quello aereo inteso tradizionalmente), il metodo di distribuzione meno sostenibile dal punto di vista ambientale.
Una logistica davvero green dovrebbe quindi prediligere per le lunghe tratte il trasporto via mare e su rotaia, aspetto questo che prevede, allo stato attuale, enormi limiti infrastrutturali che possono essere superati soltanto attraverso ingentissimi investimenti veicolati dalle pubbliche amministrazioni dei diversi paesi attraversati dalle rotte di approvvigionamento globale, non sempre egualmente sensibili ai temi ambientali e politicamente orientate in maniera armonica.
Ma il trasporto intermodale, sempre di più, si sta affermando anche a livello dell’ultimo miglio, dove la congestione del traffico e la moltiplicazione dei punti di drop off genera necessità inedite fino a qualche decennio fa.
In quest’ottica è curioso notare quanto le soluzioni prospettate siano un mix di modernità e tradizione: se da un lato all’orizzonte si intravedono droni elettrici volanti in grado di recapitare merci al dettaglio, dall’altro le soluzioni attualmente più utilizzate prevedono il recupero di soluzioni tradizionali quali biciclette (magari in moderne versioni alimentate elettricamente) o l’utilizzo di micro veicoli che altro non sono che versioni moderne, elettriche ed (in prospettiva) a guida autonoma della gloriosa Ape Car tanto diffusa nelle generazioni dei nostri genitori e nonni.
Backhauling: efficienza economica ed ambientale:
Altro aspetto cruciale per aumentare l’efficienza ambientale di qualsiasi Supply Chain è la necessità di ottimizzare il proprio flusso attraverso il ricorso più totale possibile al backhauling.
Con questo termine si indica la pratica di ottimizzare le tratte percorse utilizzando il viaggio di ritorno per veicolare merci ulteriori verso il punto di partenza (o le rispettive prossimità) evitando il più possibile di far viaggiare i vettori vuoti.
L’ottimizzazione del flusso è alla base di qualsiasi efficientemente logistico, e l’ambizione di sfruttare al massimo la capacità di carico destinata a ciascun km percorso risponde a necessità economiche ma anche ecologiche. Vettori più carichi significa necessità di meno mezzi per veicolare la stessa quantità di merce. In un panorama come quello attuale, dove l’esplosione del fenomeno E-Commerce ha comportato un enorme crescita delle logistiche inverse, le possibilità di bckhauling sono varie e comunque profittevoli.
In quest’ottica anche i rifiuti sono un’opportunità, sia a livello economico che a livello ambientale, e la necessità di recupero dei materiali di vario genere aprono nuove possibilità di ottimizzazione dei carichi, dalle quali può derivare anche un notevole risparmio in termini di emissioni inquinanti.
Purtroppo a livello attuale il backhauling è una pratica molto difficile da praticare, principalmente per ragioni di scarsa tracciabilità e condivisione delle informazioni relative al flusso fra aziende diverse, o perlomeno per la scarsa tempestività delle stesse.
Certamente l’implementazione tecnologica e l’utilizzo dei famigerati “big data” applicati alle attività di Supply Chain porteranno in futuro al fiorire delle cosiddette logistiche condivise, che apriranno il campo a svariate nuove possibilità di ottimizzazione del carico sia nella direzione principale, sia nella tratta di ritorno, con benefici di natura economica ma anche ambientale.
Accorciare la filiera
Altra teoria dilagante (per la verità da qualche decennio) specialmente in ambito alimentare, è quella che prevede di ridurre il costo ambientale della distribuzione delle merci accorciando la filiera distributiva delle merci da recapitare.
Accorciando la distanza tra produttore e consumatore, decade automaticamente la necessità di molte fasi energivore: banalmente la merce deve compiere meno strada per raggiungere la propria destinazione finale, ma deve anche rimanere meno tempo stoccata presso i centri di distribuzione (magari a temperatura controllata) risparmiando ulteriori emissioni inquinanti.
Varie sono le direzioni nelle quali si è sviluppato, negli anni, questo concetto:la nascita dei Dark Store (che si traduce nelle più conosciute “spese a casa”), il ricorso a forniture di prossimità (le cosiddette filiere “a km zero”), i fenomeni di reshoring… sono tutte declinazioni rispondenti alla necessità di accorciare la filiera distributiva allo scopo di una migliore resilienza in termini operativi, ma anche di una migliore efficienza a livello economico ed ambientale.
Packaging sempre più green
Altro aspetto in continua evoluzione, in grado di rivoluzionare l’intero business della logistica, è il tema relativo ai supporti utilizziati per contenere le merci da veicolare, per agglomerarle e proteggerle durante le operazioni di trasporto e spedizione, e per confezionarle per il recapito al consumatore finale. Ovviamente un “green washing” che si possa definire profondo ed efficace non può prescindere da una totale revisione di questi aspetti in chiave ecologicamente più sostenibile.
Una cena distributiva attuale produce una quantità monumentale di scarti inquinanti, spesso usa e getta, utilizzati per il confezionamento della merce: pallet, pellicole per la filmatura dei bancali, scatole, casse e contenitori di vario tipo, sacchetti, confezioni, vaschette… Molti di questi vengono poi scartati nelle varie fasi della distribuzione, e non è detto che il consumatore abbia una totale percezione di quanto questo aspetto abbia gravato nel corso perlomeno dell’ultimo secolo sulla situazione ambientale globale.
All’interno di questo paradigma non è nemmeno così automatico che l’utilizzo della plastica rappresenti un disvalore in termini ambientali, dato che i supporti in plastica, in alcuni casi, hanno il beneficio di poter essere recuperati e riutilizzati, a differenza di molti materiali che, pur essendo smaltibili più ecologicamente, terminano il proprio ciclo di vita dopo il primo utilizzo.
Un ripensamento ecologico di questo aspetto prevede l’utilizzo del giusto materiale per ogni supporto, sviluppando soluzioni di packaging ad hoc per le varie dimensioni e le varie categorie merceologiche da trasportare (o per i vari tipi di trasporto), orchestrando contestualmente logistiche inverse atte al recupero di questi supporti, al loro ricondizionamento ed alla loro remissione nel circuito al fine di garantire la produzione di uno scarto enormemente minore.
Centri di distribuzione e fotovoltaico
Un ripensamento ecologicamente sostenibile delle operazioni di Supply Chain non dovrebbe infine prescindere dall’efficientamento energetico di tutte le strutture destinate allo stoccaggio ed alla distribuzione delle merci.
Enormi centri di distribuzione (spesso dotati di strutture energivore quali celle frigo o ambienti a temperatura controllata) dalla superficie sterminata potrebbero, se opportunamente attrezzati attraverso pannelli fotovoltaici e celle di accumulo dell’energia, perlomeno compensare in maniera significativa le risorse assorbite, autoproducendo tutta o parte dell’energia utilizzata per il sostentamento del proprio funzionamento.
L’allestimento di un polo logistico comporta il sacrificio di una porzione di territorio che viene destinata alla distribuzione delle merci, e che sarà attraversata da un traffico direttamente proporzionale alla portata del polo stesso.
Il fatto di utilizzare questa porzione di territorio per la produzione di un’energia più pulita rappresenta un’opportunità da cogliere per compensare la portata di questo sacrificio, oltre che per munire la struttura stessa di un vantaggio competitivo enorme dal punto di vista operativo ed economico.
Il ricorso al fotovoltaico di ultima generazione (oggi percepito addirittura come un’avanguardia piuttosto antica, al limite dell’obsolescenza), rappresenta in quest’ambito una risorsa di enorme portata viste l’enorme estensione delle strutture in questione e lo scarsissimo sfruttamento attuale delle stesse in questa direzione.

