Nuovi trend: l’utilizzo degli esoscheletri nelle attività di supply chain
Ci siamo spesso soffermati su come e nuove tecnologie stiano profondamente modificando diversi aspetti delle attività di approvvigionamento e distribuzione: l’evoluzione di software e sistemi consente nuove prospettive previsionali ed organizzative; il progresso infrastrutturale consente di stoccare merce in spazi minimi (grazie ai magazzini verticali) e movimentazioni sempre più agili e snelle (grazie a nuovi vettori alimentati in maniera sempre più ecologica); La digitalizzazione dei sistemi e l’utilizzo di periferiche di ultima generazione consentono tracciamenti sempre più certi del flusso di lavoro, filiere sempre più garantite e un corredo informativo sempre più tempestivo ed esaustivo.
Ma un aspetto meno approfondito, ma egualmente investito da una tecnologicizzazione importante è quello relativo alle operazioni manuali, indispensabili all’operatività della filiera, specialmente (ma non soltanto) nelle fasi di intralogistica.
La tecnologia sta intervenendo nell’alleviare lo stress fisico dovuto alle movimentazioni con lo sviluppo di sistemi indossabili in grado di coadiuvare gli operatori nell’espletare quelle mansioni gravose e ripetitive, tipiche delle attività di stoccaggio, di preparazione ordini, e di carico e scarico.
Questi sistemi sono detti “esoscheletri”, e già oggi sul mercato ne esistono di vari tipi.
La nascita del prodotto è dovuta al mercato bio-medicale, con lo sviluppo di sistemi in grado di restituire la posizione verticale (quando non addirittura la possibilità di camminare) a paraplegici di vario tipo, che le tecnologie attuali rendono già in grado di poter essere attivati dal cervello umano attraverso l’intercettazione degli impulsi elettrici scaturiti dall’invio neurale dei segnali destinati al movimento degli arti.
Nell’impiego professionale attualmente i prodotti non sono così sofisticati per ovvie ragioni di costo, ma sono in grado di potenziare le possibilità fisiche degli operatori, o perlomeno di preservarne l’incolumità muscolo-scheletrica durante l’esecuzione di funzioni gravose.
Il termine “esoscheletro” è evocativo in quanto, letteralmente, significa “scheletro esterno” richiamando la natura organica della funzione che andrà a surrogare.
Anche concettualmente la novità è in grado di suscitare emozione, rappresentando di fatto la prima frontiera dell’utilizzo professionale di una forma di robotizzazione dell’essere umano, tanto vicina alle utopie Shi-Fi. Una robotizzazione gentile, spesso passiva, che consente di ridurre l’impatto dei carichi trasportati sulle parti più sollecitate senza costringere nei movimenti.
L’obiettivo non è soltanto quello di aumentare la produttività, ma soprattutto quello di migliorare la sicurezza delle operazioni, abbattendo l’impatto delle malattie professionali e degli infortuni più frequenti nell’ambito, migliorando il benessere personale, e consentendo di operare in maniera posturalmente più corretta ed ergonomica.
Tipologie di esoscheletro
La prima caratteristica distintiva dei vari prodotti attualmente esistenti è il tipo di supporto che sono in grado di fornire: se attivo o passivo.
Un esoscheletro passivo viene attivato direttamente dal movimento dell’operatore che lo indossa, ed attraverso un sistema di molle e giunti è in grado di sostenere il movimento sostenendo o fornendo una spinta in grado di ridurre notevolmente lo stress sulle articolazioni coinvolte. Il sostegno che è in grado di fornire è limitato e spesso si riduce a pochi chili di alleggerimento, che risultano comunque decisivi nell’alleviare lo sforzo in attività ripetitive, o in quelle statiche, specie se commisurati alla vestibilità e alla leggerezza del dispositivo stesso.
Un esoscheletro attivo è invece munito di una batteria e di un “motore” in grado di esercitare un’azione propulsiva attivata elettronicamente. Questa possibilità ha conseguenze positive sull'entità del supporto che l’operatore può ottenere attraverso l’utilizzo dello strumento (oltre 10 kg di sgravo, a quanto si legge in rete), ma negative in termini di peso complessivo dell’attrezzatura e di costo, oltre ovviamente ad comportare una serie di dinamiche di gestione ulteriori dovute alla durata delle batterie.
Altra caratteristica distintiva dei vari prodotti esistenti è il tipo di supporto che sono in grado di fornire, e, sostanzialmente, la parte del corpo che sono in grado si sgravare attraverso il loro utilizzo. Ne esistono ormai di vari tipi, e tanti altri ancora sono in fase di sviluppo, perfezionamento e brevetto.
Prevalentemente il mercato attuale prevede sistemi per la salvaguardia della parte superiore del corpo e dell’ergonomia delle operazioni di presa e sollevamento.
Esistono dispositivi dedicati alla schiena e alle spalle, diversi per la tipologia di attività che intendono supportare: alcuni dedicati alle operazioni effettuate al di sopra della linea delle spalle in elevazione statica, già utilizzati utili nelle operazioni cantieristiche o per l’utilizzo di certe macchine per la produzione tessile.
Ne esistono anche di dedicati alle operazioni di sollevamento, in grado di salvaguardare la zona lombare della schiena, supportando movimenti che implicano l’inclinazione in avanti e sollevamenti continui.
Ci sono poi dei guanti ideati per ridurre la forza di presa durante le attività ripetitive, in grado di accumulare dati e scansionare codici a barre oltre che ridurre infortuni ed infiammazioni del polso.
Ci sono infine esoscheletri destinati alla protezione degli arti inferiori, in grado di scaricare schiena, collo ed gambe sostenendo una posizione di “seduta attiva” in perfetta ergonomia, e consentendo una maggiore agilità ed una minore usura nel passaggio tra le fasi statiche e quelle dinamiche dell’attività.
Un costo sostenibile?
Attualmente il prezzo di un esoscheletro passivo oscilla tra i 3.000 ed i 6.000 Euro, mentre un sistema attivo può arrivare a costare fino a 30.000 Euro.
Il costo di questi sistemi rappresenta il primo vero ostacolo alla loro diffusione di massa. Personalmente, sebbene in rete inizino a fiorire video che illustrano l’utilizzo di sistemi analoghi in diversi tipi di attività anche in aziende italiane, al momento non mi è mai capitato di vederne uno funzionare, né tantomeno di poterne provare.
Vedi un esempio
Come già anticipato l’impiego di dispositivi di questo genere non è finalizzato all’ottenimento di un miglioramento in termini di produttività, e questo limita notevolmente la disponibilità all’investimento da parte delle aziende italiane, così compresse tra il costo del personale e le necessità di ammodernamento infrastrutturale.
Ma il mercato di settore è fiorente ed in espansione, ed i Top Player della logistica a livello internazionale ben conoscono l’impatto delle malattie professionali e degli infortuni sia direttamente sui costi, sia sull’erosione della produttività operativa, specie se considerate sui grandi numeri.
Soluzioni di questo tipo sono destinate a diventare uno standard imprescindibile per gli operatori impiegati nella movimentazione dei carichi, ed il tipo di supporto che sono in grado di fornire evolverà assieme alle tecnologie stesse, arrivando a modificare profondamente sia l’operatività umana in operazioni di questo tipo, sia il livello di sicurezza con la quale questo avverrà.
Articoli di Gianpaolo Albertoni su LogisticaEfficiente

