Mercato del lavoro e logistica: nel 2023 aumenta la carenza di addetti
Si legge spesso di quanto la logistica in generale, ed il mondo dell’autotrasporto in particolare, siano ambiti in evoluzione, con un giro d’affari in costante crescita ed in costante necessità di reperimento di personale in tutti i ruoli.
Il settore apparentemente è florido ed in salute, investito da una rivoluzione tecnologica che promette di potenziarne le performance operative e che sta contribuendo a creare la necessità di nuove figure dalle competenze sempre più trasversali.
Esiste però una discrasia tra la spinta evolutiva necessaria al settore (e da più parti paventata) e la reale possibilità di reperimento delle figure indispensabili al potenziamento (ed in alcuni persino al sostentamento) delle performance necessarie al sistema industriale nazionale.
I numeri di unioncamere
I numeri, nella loro schiettezza, sembrano relegare a retoriche prive di riscontro le elucubrazioni riguardo al divenire di una Logistica “as a service”, sempre più centrale nelle definizioni strategiche delle grandi corporate, e sempre più esternalizzata, al fine di ottimizzare costi ed operazioni agglomerando flussi e know how sviluppati specificamente da professionisti della logistica, e non da figure dedicate in aziende il cui core business è la produzione delle merci da distribuire (e non la distribuzione stessa).
Sebbene i dati di Unioncamere ed Anpal indichino che nell’anno che volge al termine il settore logistica e trasporti abbia finalizzato globalmente più assunzioni che in quello precedente (330.000 in più su un totale di circa 5,5 milioni), l’incidenza di queste sul mercato del lavoro nazionale è diminuita di quasi un punto percentuale nello stesso periodo (il 12% contro il 12,9% del 2022).
Questo nonostante sia contestualmente cresciuta la necessità di operatori e soprattutto la difficoltà nel reperimento degli stessi: i dati indicano che il 44% delle aziende che ha effettuato nuove assunzioni ha incontrato difficoltà nel reclutamento (dato che sale al 55% nel caso in cui i profili ricercati siano conducenti di mezzi pesanti).
Sebbene questo dato sia inferiore a quello delle medie nazionali (a testimonianza del teorico stato di salute del settore), colpisce come questa criticità sia esplosa nell’ultimo biennio, nel quale il dato relativo al comparto logistica e trasporti è salito di ben 19 punti percentuali, contro il 13% registrato dagli altri settori.
I profili mancanti
Apparentemente il nocciolo del problema è rappresentato dalle attività di trasporti e distribuzione, atavicamente alla continua ricerca di nuovi addetti vista la costante crescita dei volumi movimentati e l’incidenza del turnover inerente le posizioni in queste aree, dove la necessità di nuove assunzioni è dichiarata dal 44% del campione analizzato. Nel 2021 la stessa situazione riguardava il 32% delle aziende sondate, a testimonianza dell’aggravio della situazione avvenuto negli ultimi due anni.
La preoccupante deriva assunta dal fenomeno è testimoniata anche dalla vertiginosa crescita delle difficoltà di reperimento rilevata anche in altre aree, come ad esempio quelle di acquisti e di intralogistica, dove il dato è schizzato dal 17% del 2021 al 33% di questo 2023.
I problemi nel reperimento del personale riguardano quasi esclusivamente le mansioni più operativamente coinvolte, ovvero i cosi detti “profili operai”, per le quali viene evidentemente considerato sempre più insostenibile il bilanciamento vita-lavoro, a fronte del compenso e dell’inquadramento conseguito, ma anche dell’inarrestabile moto inflazionistico.
I tempi per individuare una sostituzione variano a seconda del livello di specializzazione delle posizioni offerte: si va dai due mesi e mezzi necessari al reperimento di un nuovo addetto all’imballaggio o alle operazioni di magazzino, ai tre mesi necessari all’individuazione di un facchino o un mulettista, fino ai tre mesi e mezzo necessari all’individuazione di un nuovo autista.
L’emergenza autisti
La figura più ricercata nell’ambito è quindi quella degli autisti di mezzi pesanti, già da anni nell’occhio del ciclone e al centro di migrazioni stagionali (prevalentemente dall’est Europa) poco normate ma già indispensabili al sostentamento della filiera.
Secondo una proiezione dell’IRU (International Road Transport Union), la carenza di addetti in questo settore potrebbe addirittura raddoppiare a livello globale entro il 2028. La causa principale dell’acuirsi di questa difficoltà sta nel costante invecchiamento degli occupati nell’ambito, e dalla scarsissima attrattiva che la professione esercita verso i giovani.
Il naturale pensionamento dei lavoratori più anziani non verrà compensato dalle assunzioni di profili più giovani, lasciando intravedere in prospettiva un peggioramento sempre più drastico della situazione.
Solamente il 5% degli autisti oggi attivi in Europa (continente dove questa crisi è più avvertita) è al di sotto dei 25 anni di età, e addirittura irrilevante è considerata la componente femminile nell’ambito.
Quali soluzioni
La stessa IRU suggerisce che un modo per lenire l’emergenza sarebbe l’abbattimento degli ostacoli per l’accesso alla professione, eliminando i limiti di età per il conseguimento delle abilitazioni al ruolo, ed i costi relativi perlomeno attraverso il sovvenzionamento statale.
Come in tutti gli ambiti interessati da fenomeni di questo tipo è anche forte l’invocazione a politiche che possano favorire il reclutamento di immigrati da destinare alla professione, anche se da contraltare è diffusa l’opinione che per rilanciare il settore non sarebbe opportuna la “ghettizzazione” degli addetti, ma piuttosto una riabilitazione del ruolo a livello di percezione sociale e di compenso.
Il problema costi è il convitato di pietra di questo tavolo, dato che è molto facile ipotizzare che se le posizioni mancanti fossero meglio retribuite sarebbe certamente più facile il reperimento degli addetti e decisamente più elevato l’appeal generato dalle opportunità professionali disponibili soprattutto verso i giovani
Un miglior bilanciamento del rapporto vita-lavoro viene sponsorizzata da molte associazioni, convinte che non sia solo l’esiguità degli stipendi a scoraggiare gli aspiranti camionisti (che, in media, si attestano intorno ai 2000 € netti/mese), ma soprattuttolo stigma sociale derivante la pratica della professione, la pesantezza dei turni di lavoro, la mancanza di infrastrutture dedicate durante gli spostamenti (corsie dedicate, bagni per ambo i sessi, aree di sosta, strutture ricettive…) ed il crescente invecchiamento delle flotte attive (che costringe alla guida di mezzi obsoleti, disagevoli e poco sicuri).

