La formazione autogestita può essere controproducente se priva di una strategia chiara
Federico Francini, Area Vice President e Country Manager di Cornerstone Italia
Quando ci si trova di fronte a molteplici possibilità, la varietà può essere talmente vasta da portarci, sopraffatti dall’indecisione, a fare scelte casuali, talvolta spinti unicamente dalle nostre preferenze soggettive, e pentirci solo in seguito di non aver agito diversamente.
Con la formazione autogestita spesso avviene la stessa cosa: da quale delle innumerevoli proposte iniziare? Come individuare il contenuto giusto al momento giusto?
Per molte aziende, la formazione autogestita (nota anche come autoformazione) è una strategia vincente, in quanto i collaboratori hanno la sensazione di essere padroni del proprio sviluppo e di poter indirizzare in modo autonomo la propria crescita professionale, costruendo e gestendo il percorso di apprendimento a partire dalle esigenze e dagli interessi personali.
Tuttavia, fornire un archivio sterminato di contenuti didattici a tutti i dipendenti, concedendo accesso illimitato e aspettandosi che sia la pura curiosità a guidare i loro progressi – e, di conseguenza, anche quelli dell’azienda– non è sufficiente. Anzi, invece di stimolare un apprendimento armonico, ciò potrebbe persino sortire un effetto negativo e generare confusione, creando una dissonanza tra il lavoratore e il datore di lavoro.
L’era delle avventure lavorative
Il mondo del lavoro odierno è incredibilmente dinamico. Per questo motivo, mai come in questi anni un metodo di formazione intelligente e autonomo ha tutto il potenziale necessario per alimentare la crescita aziendale, andando a colmare il divario tra i desideri dei dipendenti e le esigenze dell’azienda.
Il concetto di carriera non equivale più semplicemente a una scala su cui salire, bensì a un avvicendarsi di strade, bivi e opportunità di svolta che i dipendenti possono intraprendere acquisendo competenze trasferibili e applicandole a nuovi ruoli, più in linea con le momentanee esigenze dell’impresa. Tale percorso può imboccare diverse vie, spesso rimanendo anche all’interno della stessa azienda grazie a un’accorta strategia di mobilità interna basata sulla formazione e sullo sviluppo costante.
Nel 2023, la rivoluzione dell’AI generativa ha portato grandi cambiamenti. Ad esempio, ha migliorato l’efficienza del personale e ne ha rimodellato i ruoli, riducendo il peso delle operazioni monotone e ponendo maggiormente l’accento sulle attività che richiedono la sensibilità dell’uomo. Grazie all’AI, inoltre, molte aziende hanno potuto ampliare l’offerta di prodotti e servizi, anche in questo caso con conseguenze sulla forza lavoro. Ecco perché la necessità di riorganizzare i team e consolidare o rivedere le competenze dei dipendenti sta diventando sempre più pressante.
L'intelligenza artificiale è al contempo sfida e soluzione
Nonostante abbia creato nuovi interrogativi per i lavoratori, l’intelligenza artificiale è anche uno dei principali catalizzatori di cambiamento e innovazione. La trasformazione che molte aziende hanno intrapreso in questa direzione interesserà, sotto vari punti di vista, tutte le divisioni, comprese le risorse umane e i reparti di formazione e sviluppo.
Come sappiamo, l’AI è in grado di analizzare e trarre conclusioni da milioni di dati, che rappresentano una risorsa estremamente preziosa in ambito formativo. Ogni persona possiede competenze, storie e passioni uniche, che l’intelligenza artificiale può assecondare indicando un percorso altrettanto unico, basato su diversi fattori: le esperienze precedenti di altri collaboratori, le opportunità all’interno dell’azienda e il potenziale individuale. Questo compito è tradizionalmente spettato ai superiori ma, poiché le carriere raramente sono lineari, l’AI può suggerire ai manager come orientare e ispirare i dipendenti, prospettando a entrambe le parti i possibili scenari futuri e trasformando l’avanzamento della carriera.
A richiedere queste tecnologie è la forza lavoro stessa. Secondo una recente indagine, infatti, l’80% dei dipendenti ammette di preferire gli strumenti self-service per esplorare le opportunità lavorative, confermando l’esigenza di avere il controllo sulla propria carriera e il proprio sviluppo.
La tecnologia, tuttavia, è solo un tassello del mosaico. Stando alla stessa ricerca, il 50% dei dipendenti afferma che un manager in grado di fornire opportunità di avanzamento di carriera può contribuire a migliorare una situazione lavorativa insoddisfacente. Dunque, nonostante il notevole supporto dell’AI, saranno sempre e comunque l’intervento dell’uomo e il rapporto tra dipendenti e superiori a decretare il successo della formazione autogestita e dei confronti dell'evoluzione professionale.
Una formazione autogestita priva di strategia
Tuttavia, in mancanza di un approccio strategico, i problemi non tarderanno a sorgere. Una selezione personale dei contenuti formativi, infatti, potrebbe dimostrarsi inutile ai fini della carriera, complicando il dialogo con i rispettivi referenti. Il rischio è che i dipendenti finiscano con l’ignorare l’invito a partecipare alla formazione, sentendosi sopraffatti, o con il perdersi nel mare di risorse e demoralizzarsi. E questa sarebbe una sconfitta su tutta la linea, per dipendenti, manager e anche per l’intera azienda.
Come in molti altri aspetti della vita, le gratificazioni immediate sono galvanizzanti, ma non possono eguagliare la soddisfazione di raggiungere obiettivi più grandi e ambiziosi. L’AI può creare una selezione perfetta di contenuti di formazione, dimostrare come questi daranno nuovo slancio alla carriera della persona e rendere il dialogo tra dipendenti e manager più motivante e positivo.
Questo si traduce, a sua volta, in aziende più resilienti, dotate di catene di talenti più sostenibili e capaci di attuare cambiamenti strutturali rapidi e basati sui dati. Così, una formazione gestita sì in modo autonomo, ma anche strategico, darà vita a un inesorabile circolo virtuoso.

